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Soli si muore

di Saverio Fanigliulo, pubblicato il 30/09/2009

Sono convinto che uno dei mali che affligge la scuola sia la solitudine in cui, quasi sempre, gli insegnanti si ritrovano durante la loro permanenza a scuola.

La scuola dovrebbe essere il luogo del dialogo per eccellenza. In realtà, accade che la relazione con i colleghi spesso scada a livelli minimi, nonostante la condivisione del destino educativo e istruttivo dei ragazzi. I tempi dedicati alla comunicazione autentica sono molto limitati, né le occasioni ufficiali di incontro, i consigli, i collegi, costituiscono momenti utili per un confronto sereno ed efficace.

Nella scuola ci si conosce veramente poco, spesso ci capita di conoscere e dialogare di più con il postino che con i nostri compagni di lavoro.

Penso che manchi in noi anche una vera sensibilità “politico-sindacale” condivisa che si evidenzi nei momenti opportuni per riconoscere valori fondamentali strettamente legati all'educazione e alla cultura , e che respinga quelle spinte reazionarie che nulla hanno a che fare con il bene della scuola e dei nostri alunni. Le linee direttive del Ministro di turno, pare, vengono accettate passivamente, senza clamore, “pacificamente”, così le risoluzioni unilaterali dei dirigenti scolastici ecc.

Non si preoccupi il Ministro, nella scuola “non si fa politica”, è così superficiale e sfuggente il rapporto che si instaura tra gli operatori scolastici che i momenti di riflessione in tal senso divengono poco probabili se non impossibili.

L'insegnante, su invito del Ministro, non deve fare politica, le sue opinioni personali non interessano a nessuno, gli alunni e le loro famiglie hanno il diritto di avere insegnanti “ neutri” il cui vero ruolo è quello di trasmettere nozioni strettamente vincolate alla disciplina insegnata.

Devo riconoscere che l'insegnante “chiuso nella sua classe” mi fa paura, in quanto l'isolamento a cui è sottoposto, spesso per tacito assenso, rappresenta un ostacolo alla creazione di comunità scolastiche dinamiche, autentiche, accoglienti ed educanti, in cui le persone implicate, docenti, alunni, famiglie ecc, sperimentano relazioni che favoriscono il dialogo costruttivo, sentimenti di amicizia e di stima e valorizzano le persone e i loro prodotti culturali.

I docenti snaturano il loro vero ruolo di educatori, non assolvono in pieno alla loro funzione derivante dalla libertà di insegnamento sancita dalla nostra Costituzione repubblicana.

Per altro il distacco del docente dai problemi di “politica scolastica” favorisce situazioni di oligarchia, dove solo alcuni “esperti” si occupano delle sorti delle comunità scolastiche.

È scontato che lo stato passivo, non interattivo, di questo docente è gradito al politico di turno che può fare e disfare senza alcuna opposizione.

In particolare, le istituzioni scolastiche di questo tipo divengono ben presto luoghi dove la cultura, l'istruzione e l'educazione passano in secondo piano rispetto ad altre scelte dettate dal “tecnologismo” più becero.

Sono convinto che essere insegnante vuol dire innanzitutto essere uomo, essere con gli altri e per gli altri, vuol dire partecipare attivamente, aprirsi e offrirsi con lealtà e professionalità per conseguire il bene delle persone, della comunità scolastica e del territorio in cui si presta la propria opera.

Recuperare momenti di confronto e di dialogo autentico tra gli operatori della scuola costituisce un obiettivo irrinunciabile, riscoprirsi persone che elaborano il progetto educativo e trasmettono significato e senso alla proposta formativa piuttosto che “ nozioni”, implica una riconversione del modo stesso di essere insegnanti.

Bisogna insegnare ai nostri alunni l'accoglienza, il dialogo, la stima, il rispetto, l'affetto, l'impegno per gli studi, quanto sia importante la presenza degli altri, che non è solo presenza biologica.

Per far sì che i comportamenti di interazione dei nostri alunni siano ispirati a una relazione autentica, noi stessi dobbiamo modificare i nostri comportamenti nella relazione con gli altri, dobbiamo predisporci all'altro attraverso un incontro sincero, disponibile, in modo tale che il solito luogo di lavoro divenga una “sfera di interrelazione” in cui instaurare rapporti autentici tra persone autentiche.

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