
L’Italia partecipa, impegnando risorse pubbliche, a importanti indagini internazionali sui principali connotati dei diversi sistemi di istruzione. Per il bene della scuola, i risultati vanno analizzati senza pregiudizi. Solo così è possibile ricavarne le indicazioni utili per individuare le migliori soluzioni ai problemi riscontrati. È estremamente scorretto fare il contrario: proporre dei rimedi e giustificarli attraverso una lettura forzata o quantomeno superficiale dei dati.
“Gli studenti italiani di 15 anni sono indietro di 2/3 di anno scolastico nelle scienze rispetto alla media europea e di 2 anni rispetto ai migliori, i Finlandesi”. Questa affermazione andrebbe completata con un’analisi più attenta dei dati italiani: gli studenti dei licei del nord-est hanno risultati migliori di quelli della Finlandia; gli studenti dei centri di formazione professionale della macro-area sud e isole hanno risultati peggiori di quelli del Qatar (ultimo classificato tra i paesi esaminati dall’indagine OCSE).
E andrebbe corredata di alcuni corollari che l’OCSE potrebbe non evidenziare ma che il Ministro dell’istruzione ha il dovere di conoscere:
• il 50% degli analfabeti italiani si trova nell’area dove gli studenti ottengono i risultati peggiori, mentre la quota più bassa di analfabeti è data dal Nord-est (7%).
• in Italia, il 53% della varianza (indice che dà un’idea di quanto i risultati si discostano dalla media) è spiegato dalla diversa collocazione territoriale delle scuole e, conseguentemente, dai livelli di sviluppo economico del territorio, dalla spesa per l’istruzione sostenuta dalle Regioni e dagli Enti locali, dai tassi di scolarizzazione della popolazione adulta, dalle caratteristiche socio-culturali familiari.
Il responsabile nazionale della politica scolastica non avanza proposte per ridurre questi svantaggi territoriali. E non si capisce quale sia il nesso tra questi dati OCSE e l’introduzione del buono scuola a favore delle scuole private.
E veniamo alla seconda clamorosa scoperta riportata nel comunicato stampa del ministero “Soltanto la metà della popolazione attuale nel nostro Paese ha completato l’istruzione secondaria superiore (a confronto di 2/3 della popolazione nell’area OCSE)”.
Dalla metà degli anni Sessanta alla metà degli anni Novanta il tasso dei diplomati in Italia è cresciuto di 35 punti mentre la media OCSE è cresciuta di 25 punti. Oggi circa l’80% dei giovani italiani tra i 19 e i 24 anni conseguono il diploma, analogamente a quanto avviene negli altri paesi europei. La scuola italiana ha compiuto uno sforzo notevole per ridurre un divario storico. Le permanenti differenze nord-sud sono l’origine e la causa di quelle che si registrano in quasi tutti i profili della realtà sociale, economica e civile.
L’investimento in istruzione, nell’educazione delle nuove generazioni, costituisce la leva strategica su cui agire per colmare questo divario e migliorare l’insieme degli indicatori di progresso di tutto il paese. C’è da chiedersi cosa ha fatto il ministro in questa direzione e quali sono le sue proposte per il futuro. Dopo un anno di governo forse è il caso di andare oltre la scoperta e la denuncia degli effetti delle eredità dell’Ottocento e del Novecento.
Anche le indicazioni OCSE vanno esaminate con la dovuta attenzione. Emerge uno stridente contrasto tra queste indicazioni e i comportamenti del governo. In particolare risalta il richiamo reiterato all’esigenza di un dibattito diffuso e a un coinvolgimento di tutti gli “attori del sistema scuola nel processo di riforma”; l’invito a reinvestire i risparmi ottenuti in politiche volte a migliorare i risultati; l’avvertenza di trasferire risorse supplementari alle scuole efficienti per compensare condizioni d’apprendimento critiche ed effetti contestuali avversi sulle prestazioni. Che ne sarà di queste indicazioni?
Dati OCSE relativi all’anno 2001 relativi alla percentuale dei diplomati nelle diverse fasce di età.
| fascia di età | % dei diplomati popolazione italiana | % dei diplomati - media OCSE | differenza tra la % italiana e quella OCSE |
| tra 55 e 64 | 22 | 49 | -27% |
| tra 25 e 34 | 57 | 74 | -17% |
| incrementi | +35 | + 25 | +10% |
già, i risultati... di alfiopelli, pubblicato il 24/06/2009 Nelle ultime righe dell'intervento ci si chiede che fine farà l?invito OCSE "a reinvestire i risparmi ottenuti in politiche volte a migliorare i risultati", volevo dire due parole su questa questione dei risultati, che è centrale per l'esistenza stessa della scuola e del mestiere dell'insegnante, entrambi "non hanno senso", "non esistono" senza risultati (pensiamo per es. a un medico che assegni cure senza preoccuparsi -o poco curandosi- dei risultati, e così via per il titolare di qualsiasi altro mestiere). Per la scuola invece le cose vanno proprio così, ci si aspetta che i risultati vengano dal cielo, o - per caso, come la manna, e non si fa nessuna, delle tante cose possibili, per promuoverli. E' di questo tipo infatti la forma mentis dei politici di qualsiasi orientamento (e quindi dei governi che via via ci ritroviamo), degli amministratori scolastici a ogni livello e, quel ch'è peggio, degli insegnanti e dei genitori, tutti figli ovv. della ns storia, e in particolare per quest'aspetto dello straordinario successo delle idee di Gentile (non dimentichiamo che mentre negli anni '20/30 del secolo scorso noi avevamo la storia che avevamo, in altri Paesi nascevano le prime indagini internazionali per la valutazione degli **apprendimenti degli studenti**). Ok, volevo solo sottolineare l'importanza di una *cultura di risultato* anche nella ns scuola, e di ricominciare anche da qui, perché senza di essa, qualunque sistema scolastico, "semplicemente non esiste"... Alfio Pelli
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